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Meccanismi generali della riforma del TFR
Nell’ultima parte del 2006 il governo Prodi ha realizzato quella che viene chiamata la riforma della previdenza complementare, la cui parte più sostanziosa è quella che ha riformato anche il TFR…

In linea generale la novità della riforma del Tfr consiste nel fatto che il lavoratore deve scegliere: o continuare ad accantonare la liquidazione lasciandola nelle mani dell’imprenditore, come è stato fino a oggi. Oppure trasferire quei soldi nella cosiddetta previdenza complementare o integrativa, cioè quelle forme di pensione privata che al momento di ritirarsi dal lavoro servirà appunto, a integrare una pensione pubblica sempre più magra.
La riforma vuole spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa perché si teme che non ci sia l’esatta percezione di quanto sarà bassa la pensione pubblica rispetto al salario. Secondo gli esperti la pensione Inps, integrata con quella privata dovrebbe garantire alle future generazioni una pensione pari al 70 - 80% dell'ultimo salario. Con la sola pensione di base la percentuale di reddito si assesta nelle ipotesi migliori intorno al 40 - 50%, creando condizioni di povertà per la vecchiaia. Per cui si vuole incoraggiare una scelta in tal senso e infatti si percepisce uno sbilanciamento. A cominciare dalla scelta.
Vediamo perché. Il lavoratore ha tempo fino alla fine di giugno per decidere cosa fare. Se vuole che il Tfr continui a essere custodito dalla propria azienda, allora deve dichiararlo, compilando un modulo che la propria azienda è tenuta a consegnargli.
Se non dice nulla entro il 30 giugno 2007, allora scatta il cosiddetto silenzio-assenso, per cui il Tfr verrà indirizzato verso forme di previdenza integrativa, in particolare a favore dei fondi pensione di categoria, figli delle novità introdotte ormai una decina di anni fa (ad esempio gli operai chimici conoscono il fondo Fonchim, i metalmeccanici da tempo hanno il Cometa).
Se invece dichiara di voler trasferire il suo Tfr alla previdenza complementare, allora può scegliere il tipo di formula di accumulo che preferisce, dal fondo di categoria, fondi aperti, alle assicurazioni e così via.

A favore del vecchio sistema ci sono argomenti di sicurezza, un basso rendimento ma la certezza che le cose vadano in un certo modo. A favore della previdenza integrativa, la speranza di un investimento il cui rendimento potrebbe essere molto più alto, ma anche per questo più volatile, legato a mercati come la Borsa o le obbligazioni.
Tutto qui? No, ci sono delle cose che vanno ricordate.
La prima: la riforma riguarda i soldi accantonati dal lavoratore dipendente a partire dal 1° gennaio 2007, per quelli accantonati prima non cambia nulla, rimangono comunque in azienda e si gestiscono come sempre si è fatto.
La seconda: se il lavoratore dichiara di voler continuare ad accantonare il suo Tfr come prima, ma è assunto in un’azienda con più di 49 dipendenti, allora sappia che i suoi soldi saranno comunque trasferiti in un fondo speciale istituito presso l’Inps, o a un fondo pensione privato, che avrà cura di gestirlo al posto dell’imprenditore. Ma per il resto non gli cambierà nulla, la cifra accantonata gli verrà versata se perde il lavoro, può chiedere anche l’anticipo del Tfr quando ne ha diritto.
La terza: non bisogna stupirsi se l’impresa propone un proprio piano di integrazione pensionistica. E’ una terza via messa a disposizione di chi lascia i soldi in azienda, che può fare un accordo interno con i lavoratori (direttamente o tramite le rappresentanze sindacali) e offrire l’adesione a un fondo pensione di qualche società di gestione del risparmio o assicurativa (i cosiddetti fondi aperti). La quarta: se la scelta è a favore dell’azienda e del vecchio sistema, allora è reversibile, il lavoratore può cambiare idea e trasferire gli accantonamenti del Tfr alla previdenza complementare. Che è invece una scelta irreversibile, perché non può più recedere, neanche cambiando lavoro.